Le Interviste di Allinfo.it : Matteo Brancaleoni

Matteo_Brancaleoni_1498_low(@mattbranca)

Matteo Brancaleoni è il musicista che, a nostro avviso,  può farsi vanto di possedere  il cosidetto Fattore J
Leggendo le sue note non è possibile non notarlo: Giornalista musicale, è stato membro della International Jazz Journalist Association (IJJA), della International Federation of Journalists (IFJ), è stato una delle firme di Jazz Magazine e se non bastasse la sua musica è rigorosamente contaminata dal Jazz

Lo abbiamo raggiunto al telefono per saperne di più e per approfondire la sua idea riguardo al Made in Italy  che è poi il titolo del suo albuim e del suo sentirsi Italiano nel complesso ed universale mondo della musica.

Matteo che mi dici riguardo al Fattore J?

(Sorride) Fa parte della mia storia, visto che sono stato un giornalista musicale. Ho iniziato così e il mio lavoro mi ha permesso di intrecciare  molti dei rapporti che sono stati per me determinanti. Ho conosciuto anche Michael Bublé. Ora non scrivo più per nessuno. Se guardi bene il panorama delle riviste che parlano di musica Jazz si è quasi azzerato. Se prima ce n’erano tre o quattro di spicco ora ne sono rimaste una e mezza. Una cartacea e una bimestrale on-line.

Forse è colpa del fatto che molte di esse non sono riuscite a mettersi d’accordo sulla pronuncia della parola Jazz (battuta)?

(Sorride) Non so dirti. Certo è che esiste sempre  una terza via, tutta Arboriana. Lui  lo pronuncia Giaz.

In questo tuo personale e progressivo processo di conoscenza  del jazz  quali figure ti hanno aiutato  ad affinare, al meglio,  il tuo linguaggio musicale? 

Sicuramente Ritz Ortolani. E’ stata una conoscenza per me fondamentale, personale. Credo che come interprete non possa esserci soddisfazione più grande di quella che si prova quando un personaggio come Ortolani ti chiama per comunicarti che il tuo brano “More” gli piace per davvero.

Ortolani può essere annoverato tra i Maestri. C’è bisogno di Maestri! La sensazione , a volte, è che siano troppo distanti?

Non credo siano mai distanti. Purtroppo in questo mondo dove tutto è superficiale, a volte si creano delle bolle che hanno la funzione di tenere certi talenti al riparo da tutto . Però se hai  la fortuna di entrare in queste bolle ti rendi subito conto che sono pervase da tanta umiltà   e ti può contagiare. E’ una umiltà generosa  e disponibile,  che può sorprendere.
Penso a quando da ragazzo ascoltavo questi interpreti e sognavo, da una parte di incontrarli , ma, dall’altra,  già provavo del timore alla sola idea di poter  o dover interagire con loro : chiamala se vuoi paura di disturbare, di essere fuori luogo.   Poi andando avanti, quando è arrivato il momento di dover interagire con musicisti e artisti di un certo livello, sono  rimasto sorpreso del loro stupore nei riguardi della mia  intellegibile paura di disturbare (un esempio per tutti, il più eclatante, è quello di  Renzo Arbore).   Quindi tornando al discorso certe bolle non riescono a far trasparire il fatto che  i musicisti che si dedicano  alla musica, in maniera intima, sensibile non potranno mai  discostarsi troppo dal mood che propongono. Penso a Sinatra che aveva la fama di essere donnaiolo, per esigenze di copione,  poi era una persona che nella sua sfera personale era  molto solitaria e  timida.

E’ un fenomeno solo italiano oppure vale anche per l’estero?

All’estero è tutto più semplice. C’è un approccio che parte dal rispetto della professionalità del musicista. Cosa che in Italia non abbiamo mai sviluppato per ovvie ragioni. Nelle case discografiche un tempo c’erano i musicisti. Oggi difettano come difettano i mecenati che non scommettono più sui giovani, se a corredo non c’è un talent. Come se la musica dovesse giustificare lo show e non viceversa. Quando dici che fai il cantante è quasi automatico che ti domandino che trasmissione tu abbia fatto. Se rispondi che fai musica nei locali ti liquidano in forma rapida e non hai più chances.

Quindi Luigi Tenco o i Beatles, se dovessero debuttare oggi, non avrebbero possibilità?

Credo proprio di no. Oggi chi è che  scommette sui giovani?  Chi   fa crescere gli artisti? Fanno il singolo solo se vanno bene sul mercato. Considera poi che all’estero il rispetto parte fin dalla sua rappresentanza a livello sindacale.  In America quando l’industria della musica si ferma si fermano tutti : cinema, televisione, concerti.   I nostri contratti a progetto  a malapena  garantiscono minime forme  di tutela.

E’ un problema culturale?

Decisamente sì

Parlando del disco Made in Italy non possiamo non definirlo ricco di collaborazioni. Come è nato?

Volevo realizzare un disco che parlasse della musica italiana conosciuta all’estero. Alla base, la ferma convinzione che dovesse essere fatto interamente  da italiani: dalla produzione all’incisione passando per le collaborazioni. Altra cosa  dovevano rappresentare le canzoni perché , da sempre,  amo le canzoni universali  che sono entrate a far parte del  canzoniere Americano, da  Sinatra in poi.

Parlando meglio di ciò che di italiano c’è nel disco?

Tra gli ospiti abbiamo ben 30 musicisti coinvolti in questo progetto. Sembrava una impresa impossibile, invece hanno deciso di suonarlo assieme e  nonostante  il budget davvero limitato. La loro partecipazione è stata strabiliante. Ecco spiegata la presenza di nomi noti come  Fabrizio Bosso ma anche di musicisti importanti come i  primi strumenti dell’Orchestra Rai, arrangiatori assai conosciuti, etc etc.

Il tuo obiettivo?

Aprirmi ad un nuovo pubblico. Penso che la musica debba essere composta e poi suonata, in primis,  per le persone che l’ascoltano. Deve poter accompagnare i momenti della vita.

Quanto tempo hai impiegato per realizzarlo?

Abbiamo lavorato due anni e mezzo contro i 3 o 4-5 mesi abituali che si destinano alle produzioni in essere di questi tempi.
Sono convinto   che la qualità su lungo periodo dia i suoi frutti.

Cos’è per te fondamentale?

Seguire dei criteri, in tutto quello che faccio. Darmi, quindi, l’opportunità di dire  la mia  restando autentico.
A prescinere dal risultato. Se pensi che Mondadori di Milano ha in vendita poco più di 60 titoli Jazz  ti rendi conto che la vendita non è che una rappresentazione di un mondo desolato. Per fortuna però si rivitalizza nei contesti live: luoghi magici nei quali torna la voglia di raccontare storie.
Chi lo fa viene sempre ripagato. Penso a Madonna o a Lady Gaga la quale si è messa in gioco con Bennet tanto da riuscire a far ascoltare ai giovani brani del passato. Giovani che si sono scoperti entusiasti dinanzi alla opportunità di arricchimento della propria conoscenza musicale.

Dunque, c’è speranza per la musica nel prossimo  futuro ? Anche il nostro secolo avrà le proprie leggende?

Credo che ogni secolo abbia i propri degni rappresentanti , quindi , le leggende come concetto della musica non spariranno mai.
Nell’attesa che rinasca la leggenda di turno è importante approfondire il viaggio interculturale. Il primo passo è alzare gli occhi e magari scoprire che il fenomeno emigratorio potrebbe covare non solo l’esistenza di futuri terroristi ma anche di  nuovi Frank Sinatra.

Ascoltando le tue interpretazioni traspare un grande e viscerale amore per il cinema…

Molti dei  grandi temi che noi tutti, bene o male,  conosciamo sono  nati per il cinema. Il cinema è tra le espressioni artistiche del nostro tempo  che meglio esercita il suo potere iconografico. Può legare assieme: aspettative; attese; bisogno di immedesimazione. I temi musicali di cui parlo sono diventati non solo grandi brani della musica ma anche punti di riferimento per nuova ispirazione.
Avrai sicuramente notato che nel disco ho coinvolto persone che fanno parte di ambiti diversi un po’ come nella vita. Perché la vita è un po’ crossover  e quindi unisce  ambiti diversi che, a loro volta, sono in grado di unire le voci della tradizione musicale alle voci di quei  giovani che palesano un talento speciale. I giovani di cui parlo hanno nelle proprie  corde qualcosa che va oltre la clonazione o il tale e quale.  Dicendo ciò penso  a  Stephanya la quale è stata capace di reinterpretare brani del passato senza mai essere didascalica o scontata.

Passare dal cinema al videoclip   è stato allora semplice?  Nel  videoclip che accompagna This Is My Life (La Vita) noto che non solo rievochi il finale censurato di Nuovo Cinema Paradiso ma fai molto di più: unisci le diversità con una forza che è dirompente più che mai grazie alla complicità di un semplice bacio?

Il brano del video che ha il suo punto di partenza del testo, si vuole aprire alla positività , alla consapevolezza e volendolo arricchire con dell’ispirazione capace di trasmettere un messaggio abbiamo pensato di partire dall’idea del  finale censurato di Nuovo Cinema paradiso e, poi di attualizzarlo. Così c’è il bacio tra due uomini come tra due donne oltre a quello  tra un uomo e una donna.  Avrai però notato  che manca il bacio tra due anziani. Purtroppo le persone che avevamo scelto per girare hanno avuto dei problemi di salute durante i giorni di ripresa.
Il video è dirompente perché, oggi, quello che fa scandalo   in tv è la tenerezza, se poi ci metti anche l’educazione puoi rischiare di freddare le persone. L’intimità, la delicatezza come anche la bellezza di un tenero bacio, oggi passano per scandalose. Inutile dirti che quando osservo le persone che guardano questo video registro molte reazioni di fastidio accompagnate da commenti sgradevoli quando a baciarsi sono due lesbiche oppure  due uomini.

Quando viaggi nella tua musica, il tuo viaggio è a immagini?

Assolutamente. I brani che scelgo nelle scalette sono là perché mi hanno colpito, sia superficialmente  per la positività che riescono a trasmettere, sia in modo più approfondito quando le canzoni  le scopro a raccontare un po’ di me. E in quel momento, ci riescono meglio di altre.  Per questo definisco Made in Italy  un disco solare, che esplora le emozioni diverse che ciascun diverso momento porta con sé. Ma anche un disco attraversato da  una malinconia di fondo legata al trascorrere del tempo. Seppur ciò non mi provochi sofferenza.

Del resto la musica è  una macchina del tempo, l’unica che abbiamo?

Se tu pensi che anche se possiamo tornare a vivere negli anni 50   possiamo, comunque,  tornare indietro con la memoria ascoltando un disco di quegli anni. Magari puoi  provare un brivido in più se sai che quel medesimo disco lo hanno già ascoltato prima di te proprio in quegli anni. Nonostante non creda nell’esistenza dell’anima accetto e faccio mio il senso e i frutti di quel complesso  processo biochimico che può travalicarci e contagiarci, attraverso il tempo.

Cosa auguri a questo disco?

Gli auguro che  rimanga. Non è nato per dire “evviva siamo primi in classifica”. Gli auguro anche di generare  la voglia di essere riascoltato e, quindi, di riuscire a legarsi ai momenti che saranno adatti per ricordarlo.

I prossimi passi?

Sto approfondendo una parte cantautorale che in questo disco è stata appena accennata. Si continuerà nella promozione e spero che si vada  a comporre il mosaico del tour che stiamo ragionando per il prossimo anno. Spero mi permetta di far ascoltare e  di poter  dialogare con le persone con la stessa convivialità tipica di una cena tra amici. Non ce n’è una uguale all’altra e questo è il bello.

di Giovanni Pirri

 

 

 

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