Le Interviste di Allinfo.it : Folco Orselli e il suo modo di fare Outsiding.

Folco Orselli_foto 1_b(@FolcoOrselli)

Il disco che celebra l’arte fuori dagli schemi è il disco del  cantautore milanese Folco orselli il quale sabato 19 dicembre ha presentato  il suo nuovo e quinto album “OUTSIDE IS MY SIDE” al SERRAGLIO di Milano.

Per l’occasione, Folco Orselli è stato  accompagnato sul palco da 11 musicisti: Enzo Messina (piano, hammond, rhodes e melodica), Piero Orsini (Basso elettrico e contrabbasso), Leif Searcy e Diego Corradin (batteria), Heggy Vezzano (chitarra elettrica), Fulvio Arnoldi (tastiere, chitarre e cori), Marco Brioschi (tromba), Valentino Finoli (sax e clarinetto), Adriana Ester Gallo (violino), Daniela Savoldi (viola) e Pancho Ragonese (rhodes).

Incuriositi dal suo modo di passare dall’Outside al side gli abbiamo  fatto alcune domande alle quali ha risposto con vero piacere.

Come si intitola il tuo nuovo disco ma soprattutto come si può essere fuori dagli schemi , oggi?

Il mio disco si chiama Outside my side. Pensala se vuoi come una constatazione amichevole. Avendo 44 anni dovevo capire da che parte stare. Se outside è il contrario di side e side significa “main stream” il periodo che noi tutti stiamo vivendo non possiamo non interpretarlo come affetto da un greve oscurantismo decadente. Perché se abbiamo in classifica gente che è abituata a raccontarci storie che non scrive e, in tv,  fa casting per diventare un MAÎTRE À PENSER solo perché ci racconta  la propria vita, beh allora siamo ritornati  al periodo storico  in cui crollava l’impero romano.
E’ importante comprendere che il mondo è fatto anche di gente che lavora, che trasforma l’arte in soddisfazione e non solo in guadagno.

Secondo te di cosa c’è bisogno?

C’è bisogno  di una riscossa che parta da quello che abbiamo osservato di buono, che è il nostro attaccamento / rispetto per i nostri gusti, per il nostro talento. Tutto ciò   avverso questa ondata di gente che vuole farci capire che tutto è semplice.  Soprattutto quando si vuol  essere sdoganati solo dopo 15 minuti di  notorietà. La vita è un’altra cosa, l’arte si fa fatica a farla, bisogna combattere con se stessi, ci sono dei percorsi che vanno affrontati soprattutto quelli  contro  se stessi  e dentro di sé. Solo così si può finire con l’essere  credibili… avendo qualcosa da dire. Outside significa per me essere fuori da questa visione. C’è bisogno  di fare outsiding.

La musica che ruolo ha avuto?

Il percorso ingloba una serie di cose: pricipalmente Dio e le esperienze vissute nei loro limiti e nelle loro asprezze. Queste cose le ho sempre pensate, anche quando avevo 25 anni. Le esperienze di confronto con il pubblico mi hanno permesso di raggiungere questa tappa in cui credo di aver mantenuto la mia onestà intellettuale. Mi ha aiutato parlare, leggere, confrontarmi mentre praticavo il mondo senza eccessive spinte d’euforia giovanilistica. Credo ci sia un po’ di anestetico di Stato che debba essere combattuto.

Non penso allora che sia stata scelta a caso la cover di Enzo Jannacci?

In tutta onestà la canzone di Jannacci che canto non è una canzone che ho cercato io ma è stata lei a trovarmi. Complice involontario mio padre che   me lo ha fatto ascoltare fin dall’età di 10 anni. Continuo ancora a credere che Jannacci sia un  traumaturgo, una sorta di  stregone che ha la capacità di comunicare attraverso le sensazioni / suggestioni / emozioni   che ha avuto la capacità di tradurre in canzoni. I suoi pezzi,  ancora oggi, sono materia viva. A volte anche difficilmente interpretabili  ma pur sempre in grado di scavare  tante stanze vuote emotive. Stanze  che a 10 anni non potevo riempire di consapevolezza (in realtà anche oggi non ho capito tante cose della canzone che canto)  ma nonostante questo mi hanno permesso di continuare a pensare, pensarle, viverle.   Jannacci ha, secondo me il dono di visualizzare mondi diversi dal peso specifico medesimo. E, cosa più importante, di fonderli assieme.

Attualmente hai pubblicato 5 dischi. C’è una linea ideale che li unisce?

Potrei tracciarti i cinque album con una sola parola / concetto : Blues.
Il Blues è  per me  una attitudine da applicare a qualsiasi stile musicale. Non è solo le 12 battute che conosciamo bensì uno sitle di vita, di sentire il tempo,  che permette di  raccontare le storie da un punto di vista terzo, se non addirittura  quarto e io spero di riuscire a praticarlo a lungo. Se guardo ai miei dischi precedenti  “Stirpe di caino”,  il mio primo disco, era  di folk blues (1999). In quel periodo ero influenzato dal sound che proveniva dal mondo di Dottor Jones, Tom Waits. Ero molto affascinato dall’idea di analizzare i testi. Stavo cercando di capire come quel modo di fare blues  si potesse trasportare alla canzone  italiana. Il secondo disco è stato “La Spina” che è un disco di New Orleans, ricco di fiati e di piano, con il blues sempre di mezzo. Il terzo “MilanoBabilonia” l’ho spostato sul Funk-Blues. Il quarto, invece, “Generi di conforto” è stato il disco  delle ballate con l’Orchestra. Oggi invece arriva quello che tu puoi ascoltare dal 4 dicembre in poi.

Sei stato l’unico nella storia ad aver  vinto tre premi differenti nel medesimo concorso. Che peso dai ai premi?

A Musicultura sono arrivato preparato senza avere troppe aspettative. In quel periodo ero stato iscritto a mia insaputa perché avevo un manager che amava contrastare il mio cattivo approccio con le gare sonore. Ricordo di essermi arrabbiato non poco poi , però, decisi di andarci e di concorrere  ugualmente e di affrontarlo con la massima tranquillità. Se devo essere sincero,  non solo mi sono molto divertito ma ho scoperto essere  Musicultura  un concorso serio. E mi è  andata pure bene.
Riguardo al peso che do ai premi, servono in genere per assegnare ai cantautori un bollo. Analizzando le loro logiche, servono a ben poco perché i premi vengono assegnati, secondo la mia idea , non sulla  base di una serena analisi ma tenendo a mente  dinamiche altre,  assai diffuse e dalle quali mi piace restare lontano.

Meglio essere “Passati col rosso”  e andare in giro per concerti. Come va con Gino & Michele?

Di pure idillio. Abbiamo una affinità elettiva tutta milanese visto che facciamo parte della medesima “scuola”. Ci siamo conosciuti grazie a persone in comune che lavoravano a Zelig e abbiamo approfondito la nostra conoscenza  quando mi hanno chiesto di fare le musica per il loro spettacolo “Passati  col rosso” alla cui regia ha lavorato inizialmente anche Paolo Rossi. Grazie a loro, per la  prima volta, sono salito sulle assi del palco di un teatro per accompagnarli nel racconto della loro vita. Una vita  lunga 40 anni che ci sta tutta in scena soprattutto quando interpretano i pezzi scritti per tantissimi i comici che hanno incrociato, oggi famosi. E’ uno spettacolo che trasporta satira in modo intelligente anche se,  fondamentalmente, è un reading che splende anche grazie alla mia collaborazione  con Vincenzo Messina.

Prossimi live a breve?

Il 22 dicembre avremo  una data al Piccolo Teatro  Grassi di Milano e speriamo torni anche Paolo Rossi.

Il 19 dicembre è stato un momento tutto tuo. Come è stato?

Ci siamo esibiti al Serraglio la cui proprietà è quello dell’ex Casa 139 che nella città di Milano ha costruito  tante realtà. Ed è stata sicuramente una emozione da ricordare.

E…

Visto il periodo che stiamo vivendo, rivolgendomi al 30-40% di non votanti spero vi facciate sentire, cercate di darci una mano.

di Giovanni Pirri

 

 

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