A settembre al Costanzi va in scena l’arte di Calder e Kentridge

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Ampliare i confini del teatro musicale è una delle sfide per il Teatro dell’Opera di Roma. È per questo che abbiamo chiesto a William Kentridge, uno dei maggiori artisti contemporanei, di ideare, dandogli carta bianca, una sua “Opera d’arte” da mettere in scena insieme al lavoro che un altro grande artista contemporaneo, Alexander Calder, creò appositamente per il Teatro Costanzi nel 1968 in un unico spettacolo in programma al Teatro Costanzi dal 10 al 15 settembre.

“Pure gioie di equilibrio” – così André Breton definì l’opera di Calder – e Work in Progress, unica sua esperienza creativa in un teatro d’opera, ne è forse la dimostrazione più esemplificativa. L’evento teatrale, voluto dall’allora direttore artistico Massimo Bogianckino e andato in scena l’11 marzo 1968 con la regia di Filippo Crivelli, rimane un unicum nella storia del Teatro dell’Opera: una sequenza di suggestioni e immagini che l’artista statunitense, inventore dei mobiles, ideò giorno per giorno, durante la sua permanenza a Roma, intervenendo in prima persona, anche artigianalmente, sui materiali di scena. “Ho deciso di chiamare questo progetto Work in progress, un titolo già sentito ma non compromettente”. Un vero lavoro in corso che subì varianti e aggiunte durante la realizzazione. Privo di un vero e proprio soggetto, lo spettacolo ha una trama ricca di sorprese imprevedibili: la natura con il sole e la luna, il mare con la sua fauna, fiori e uccelli che cinguettano, ma anche il ritmo veloce della vita con i ciclisti che disegnano arabeschi colorati. A supporto della parte visiva, Calder scelse le evocative musiche elettroniche di Niccolò Castiglioni, Aldo Clementi e Bruno Maderna, creando così una simmetria tra collage sonoro e collage visuale. “Avrei potuto chiamarlo La mia vita in diciannove minuti” disse quando finalmente lo vide in scena.

Con la creazione, in prima assoluta, Waiting for the Sibyl, William Kentridge ritorna al Teatro Costanzi dopo la sua straordinaria lettura della Lulu di Alban Berg nel maggio 2017. “Ho pensato che la carta, i frammenti di carta con cui mi esprimo da sempre, fossero l’elemento giusto per aprire il dialogo con Calder”. Nella mente dell’artista sudafricano, le pagine in movimento hanno evocato immediatamente l’immagine della Sibilla Cumana, la sacerdotessa che trascriveva i suoi vaticini sulle foglie di quercia. Il volo delle foglie, con impresse le predizioni scompaginate dal vento, nell’idea di Kentridge diventa simile al roteare delle sculture di Calder. In scena sarà anche rappresentata la Sibilla del Paradiso di Dante, con il volume che raccoglieva tutte le pagine della conoscenza e della sapienza del mondo. “Ma quel libro, oggi, si disintegra, non c’è più”. Sul palcoscenico campeggerà un grande testo, costruito con collage, proiezioni, dipinti. Un intenso e poetico lavoro di trentacinque minuti, accompagnato dalla musica registrata di uno dei maggiori pianisti sudafricani, il compositore Kyle Shepherd con gli arrangiamenti vocali di Nhlanhla Mahlangu. Suddivisa in otto brevi scene, interrotte da cadute di sipario, questa creazione è priva di parole. L’argomento è rivelato attraverso sentenze, frasi, enigmi proiettati sia sullo schermo che come ombre.

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